Dossier dei contributi per l’assemblea: lotte nel welfare precario

WELFARE PRECARIO – BOLOGNA

Il welfare bolognese, come quello nazionale, è in crisi, non solo per l’aumento della domanda di servizi, ma anche per la costante riduzione di personale. La precarizzazione del lavoro sociale è evidente e si cela dietro un’ormai fallita ottica sussidiaria, che pur generando apparentemente una varietà di servizi, poggia su condizioni lavorative sempre più precarie. La sussidiarietà orizzontale, in questo contesto altro non è che un’esternalizzazione della manodopera e dei servizi. L’idea teorica alla base, quella di un terzo settore competente e variegato che poteva e voleva accostarsi ad un pubblico sempre meno efficiente, ha lasciato spazio a pratiche meno nobili e più orientate al profitto.

L’idea del welfare mix, basato su una maggior capacità del territorio e del terzo settore, di dare risposta a problematiche sempre più complesse cui il pubblico non era in grado di far fronte, nella reale attuazione ha perso la sua vocazione, diventando strumento di precarizzazione.

Il “mix” di privatizzazione, sussidiarietà e esternalizzazione dei servizi ha causato servizi sempre più frammentati, meno continuativi e più scadenti. Un processo messo in atto all’insegna dell’abbassamento del costo del lavoro, con le famiglie che vengono appesantite dall’inefficienza dei servizi che, è bene ricordare, sono definiti “servizi alla persona” ma che paradossalmente non fanno che creare ancora più disagio.

Esternalizzazione vuol dire quindi la garanzia di un minor costo del lavoro per il datore di lavoro, vuol dire quindi esporre i lavoratori alla concorrenza, i cui meccanismi spingono al ribasso i salari e le condizioni di lavoro. Una situazione, questa, che si raddoppia per i migranti e le migranti, costantemente sotto il ricatto della Bossi-Fini e del permesso di soggiorno. essi costituiscono un tassello fondamentale del welfare. il lavoro di cura è appannaggio di migranti, soprattutto donne, che “alleggeriscono” in questo senso i compiti del settore.

Il welfare precario porta quindi alla luce strategie generali di precarizzazione e frammentazione che investono un insieme di occupazioni con caratteristiche del tutto specifiche. Si lavora con le persone, non con le cose, ma le competenze impiegate non soltanto non trovano un corrispettivo in termini salariali, ma diventano una leva attraverso la quale affermare il controllo e la disciplina. La sussidiarietà usa il volontariato – e dunque si serve di una “vocazione” – non solo per erogare quote consistenti di welfare, ma per spingere al ribasso le condizioni di tutti i lavoratori dei servizi.

Tutte queste trasformazioni fanno del welfare precario uno dei luoghi in cui più laceranti si mostrano le difficoltà reali della rappresentanza sindacale di questi lavori e dei loro conflitti. La moltiplicazione delle figure contrattuali e delle forme di reclutamento, i rapporti di gerarchia tra i lavoratori impiegati dal pubblico e quelli del privato che pure si trovano legati in uno stesso ambito e servizio, le asimmetrie di potere tra i sessi che si fanno valere per quanto siano principalmente le donne a erogare il welfare pongono il problema di costruire connessioni oltre ogni pretesa di rappresentanza unitaria e di categoria. La frammentazione dei servizi, inoltre, impedisce di coordinare il lavoro nel sociale accentuando le gerarchie tra i ruoli a discapito della qualità dei progetti. L’infinita individualizzazione dei servizi corrisponde a una smisurata frammentazione delle condizioni lavorative che impone di trovare un terreno comune capace di far parlare e connettere le differenze che attraversano il lavoro nei servizi.

Il welfare è una fabbrica della precarietà non solo perché è un laboratorio di sperimentazione di processi di precarizzazione, ma per la funzione di regolazione della precarietà generale che svolge. È una ricetta della precarizzazione i cui ingredienti paiono amalgamarsi bene.

1. il pubblico, che ha assunto un ruolo residuale, organizzativo, coordinativo, definendo il quadro normativo entro cui le realtà del terzo settore si dovrebbero muovere, senza per altro entrare realmente nel merito di alcune questioni fondamentali, tra tutte, la condizione dei lavoratori delle cooperative e delle associazioni cui ha delegato i propri servizi sociali, e la qualità di tali servizi.

2. Le cooperative, che dietro la facciata di una gestione orizzontale dei diritti e dei doveri, nascondono la possibilità di non essere pagati per mesi se la cooperativa versa in cattive condizioni economiche.

3. L’università che risponde alle richieste di una sempre maggiore qualità della formazione con corsi di laurea sempre più costosi, attraverso cui si conseguono titoli di studio sempre più inutili che prevedono, come tappa fondamentale del percorso, il tirocinio non pagato.

4. La legge Bossi-Fini, che istituzionalizzando la divisione sessuale del lavoro nella figura delle cosiddette “badanti” permette di trasferire nel privato una parte sostanziale dei servizi di cura, pagati attraverso quote di salario o attraverso l’erogazione di sussidi pubblici che sempre più monetizzano il welfare allungando la catena della precarietà.

Il welfare non é però soltanto un laboratorio di precarizzazione ma é anche un laboratorio di nuove forme di lotta, di organizzazione tra figure lavorative diverse ma legate.

Ripercorrendo la catena del processo di precarizzazione del welfare, emergono con forze le connessioni tra chi “fa” il welfare, ovvero gli operatori sociali, gli insegnanti, etc., chi “sarà” il welfare, ovvero gli studenti delle facoltà di scienze della formazione, e chi dovrebbe usufruire dei servizi, i lavoratori il cui salario deve pagare nuovi e sempre più precari servizi, e le donne, che pagano l’assenza dei servizi sulla loro pelle.

I nostri ingredienti per spiazzare la ricetta della precarizzazione devono essere le connessioni dentro e fuori il welfare. Alcuni passi in questa direzione sono stati fatti, e questa assemblea ne costituisce un passaggio fondamentale.

La sfida che ci poniamo è quella di uscire dalla settorialità dell’intervento, poiché ottenere qualcosa in un pezzo di questo puzzle, non significa riuscire a rovesciarne il funzionamento complessivo. Gli stessi meccanismi che osserviamo nel welfare, esistono in tutti gli altri settori del lavoro, così come nella formazione. Si tratta di inventare nuovi modi di colpire i precarizzatori, pensando a cosa voglia dire scioperare nel welfare precario. Si tratta di uscire dall’ambito locale per connettere nuove esperienze di lotta. La presenza delle esperienze di Monza, Torino e Napoli, così come quelle degli studenti, sono il segno che alcune connessioni sono state create. Ora si tratta di moltiplicarle.

COLLETTIVO OPERATORI SOCIALI DI NAPOLI

La situazione del welfare esternalizzato, a Napoli, vede la presenza di circa settemila operatori sociali, con diverse qualifiche e profili professionali, impegnati in attività di sostegno alla persona, cura, accompagnamento, tutoraggio, educative, socio sanitarie e relazioni d’aiuto, coprendo tutte le fasce deboli ed a rischio di disagio e marginalità sociale.

Il welfare mix locale nasce precario: nella forma delle retribuzioni, dei contratti e dell’erogazione di attività mai definite come servizi ma sempre presentate, finanziate e vissute come progetti sperimentali.

La precarietà, quindi, diventa un terreno trasversale e diffuso che accomuna operatori e destinatari, in una regione dove la spesa pro capite, per le politiche sociali, si aggira attorno ai sessanta euro, la metà della media nazionale. Eppure stiamo parlando della regione Campania e del capoluogo, Napoli, siti ad alta densità di disagio, marginalità, extralegalità, diffusissime tra le fasce deboli, soprattutto di giovani e minori.

Molto si è dibattuto sulla precarietà del lavoro sociale nei nostri territori ma, per anni, nessun moto sociale, vertenziale e di lotta alla precarietà si è sviluppato, soprattutto perché gli operatori si sono sentiti poco protagonisti dei loro destini ed ha troppo funzionato il principio della delega agli enti (cooperative, associazioni, enti morali, ecc.) che, appellandosi al feticcio della democrazia interna, degli interessi comuni e dell’orizzontalità delle posizioni hanno, di fatto, egemonizzato la rappresentanza delle istanze del settore, curando molto gli interessi d’impresa e poco quelli dei lavoratori.

In questo contesto, è nato il nostro collettivo, undici anni fa, per dare, appunto, voce e protagonismo agli operatori, dare centralità alla lotta contro la precarietà, lanciare un ciclo vertenziale su piattaforma condivisa.

Inizia, così un ciclo di lotte, ininterrotto che si è consolidato sul territorio, consentendo al collettivo di diventare un punto di riferimento per gli operatori ma anche un soggetto politico riconosciuto dalla controparte.

Le vertenze hanno costruito reti che si sono allargate sul territorio nazionale e che hanno dato vita ad esperienze di conflitto inedite per il terzo settore, iniziando a far veicolare, nel corpo del lavoro, la coscienza di appartenenza e di generalizzazione delle lotte.

Sul piano locale, negli ultimi due anni, la situazione è precipitata a seguito di una crisi che, prima, si è delineata sul piano locale e, poi, con le politiche dei tagli progressivi alla spesa sociale, è diventata generale anche nel mercato di riferimento.

Questo ci ha costretti ad una battaglia di retroguardia, finalizzata più a vederci riconosciuti e pagati i debiti che le amministrazioni pubbliche hanno contratto con le nostre organizzazioni, piuttosto che ad agire su un piano di avanzamento, rivendicando l’uscita dalla precarietà, l’incremento delle risorse e la stanzialità dei servizi.

In più, pur nella coscienza che la condizione atteneva ulteriormente ad un piano generale (politiche governative, tagli al welfare, attacco generalizzato al lavoro ed al non lavoro, crisi economica finanziaria di portata globale, ecc.) poco si è prodotto per ricucire un tessuto nazionale in grado di portare le vertenze ed il conflitto nel luogo naturale: il ministero del welfare.

Questi limiti non hanno certo impedito una precipitazione del conflitto in grado di produrre azioni di grande impatto: occupazione del Museo Nazionale, del Palazzo Reale, del Comune di Napoli, del Teatro S. Carlo, del grand’hotel Vesuvio, della sede centrale dell’Asl e, perfino, del Maschio Angioino, simbolo di Napoli nel mondo, tenuto dagli operatori sociali per circa un mese.

Niente ha smosso la situazione da cui eravamo partiti. Anche a fronte di nuove vertenze contro la Regione Campania (che pur un piccolissimo avanzamento aveva comportato, ridimensionato, poi, da un parziale dietro front del Consiglio regionale) e dell’ultimissimo ciclo di lotte (una settimana di presidio sotto la sede del Comune di Napoli insieme ai precari Bros e con “ospiti” quotidiani che, di volta in volta, si chiamavano migranti, operai della Napoli Servizi, tassisti, ecc. tutti a maledire il “Sindaco del dialogo con i movimenti” e la sua giunta autoritaria e giustizialista/securitaria) i crediti sono sempre lì, i nostri stipendi accumulano mesi e mesi di arretrati, i servizi e le attività chiudono, molti operatori diventano disoccupati e non c’ è spiraglio per postare nel bilancio delle amministrazioni pubbliche fondi adeguati per il lavoro sociale.

Proprio nella costatazione di questa empasse, si è deciso di dare un’accelerata finale: stiamo confrontandoci tra le varie realtà del terzo settore per indire uno sciopero regionale e fermare i servizi fino ad una svolta che difficilmente otterremmo con le mobilitazioni classiche.

Questo passaggio va sia nella direzione di costruire, dal punto di vista settoriale, una tappa verso lo sciopero precario/contro la precarietà; sia verso una sollecitazione affinchè anche sul piano nazionale si identifichino forme di lotta comuni, nel circuito degli operatori, fino allo sciopero nazionale ed all’assedio delle sedi governative.

Il 20 aprile ci sarà la prima assemblea di preparazione dello sciopero. Contiamo, per il 28, a Bologna, di portare notizie ancora più concrete e spunti per il dibattito che si prospetta.

COORDINAMENTO EDUCATORI PRECARI AREA MILANESE MONZA BRIANZA

La vicenda degli educatori di Monza Brianza e dell’area di Milanese è strettamente collegata alla nascita del PSP di Monza. La prima vertenza per il PSP di Monza è stata proprio quella che ha dato la spinta decisiva per l’apertura dello sportello ed è quella riguardante la cooperativa sociale Ce.Se.d. Il Punto San Precario a Monza nasce molti anni fa nella prima esperienza di occupazione (2003-2008) del centro sociale FOA Boccaccio (
http://boccaccio.noblogs.org/
).

Ma con l’ultima occupazione della FOA Boccaccio (ottobre 2011), la volontà di creare un PSP si è piano piano trasformata in determinazione ad ottenere questo risultato e finalmente, non senza fatiche, un’agenzia per il conflitto ha aperto anche sul territorio monzese.

Breve cronistoria della Cesed: Cesed  opera nell’ambito dell’educazione e  fa parte del consorzio HCM,
cooperativa attiva nell’ambito ospedaliero di cui condivideva non solo gli uffici ma anche alcune figure dirigenziali. Per capire il livello di “ammanicamento” basti pensare che cesed ha le radici in Comunione e Liberazione ed è grazie ad appoggi politici che ha continuare a vincere appalti negli ultimi due/tre anni, nonostante il tracollo finanziario che ammonta a circa sette milioni di euro, e al non pagamento degli stipendi da luglio 2011 ai giorni nostri… Prima delle vicende degli ultimi mesi la Cesed poteva vantare una struttura molto ampia che andava a coprire non solo il territorio lombardo ma anche piemontese e ligure con circa 500 soci. Da dicembre ha via via perso moltissimi appalti e oggi la cooperativa vive ancora nei territorio lombardo sotto il nome di Educo con alcuni dei vecchi coordinatori e fidi educatori.

I lavoratori che si sono attivati con il PSP sono quelli che lavoravano negli appalti del comune di Monza e con il Consorzio Desio-Brianza a Desio a Muggiò, Cesano Maderno e Varedo. In circa 40 hanno iniziato una vertenza con San Precario. Le persone che si sono accostate al Santo o lo hanno fatto perché non si fidavano più delle manovre sindacali o semplicemente perché si sono fidate dei colleghi che gli parlavano di San Precario. Il passaparola tra lavoratori ci ha permesso di realizzare con successo il blocco dell’assemblea dei soci il 7 febbraio scorso.

Tramite l’incursione di circa 200 lavoratori abbiamo raggiunto l’obiettivo che ci eravamo prefissati, ovvero quello di impedire lo scioglimento della cooperativa ma sopratutto si è data la misura ai lavoratori e alle lavoratrici della loro forza nel momento in cui decidono di incidere sulla loro situazione.

Prossime tappe: se da un lato abbiamo l’urgenza di vincere sul piano vertenziale (gli stipendi arretrati sono stati per la quasi totalità risarciti tramite decreti ingiuntivi e ad aggi abbiamo in corso un sequestro conservativo di 200.000 euro per recuperare i tfr e i restanti stipendi) così da ripagare i lavoratori della fiducia data al Santo, dall’altro riteniamo importante tenere agganciati i lavoratori contattati fino a qui per tentare di lavorare sulla modifica degli appalti, si agirà quindi sui comuni e sulle cooperative. Abbiamo già iniziato contestando i nuovi contratti stipulati dalle cooperative che sono subentrate a Ce.Se.d.

Per ragionare sugli aspetti specifici degli educatori abbiamo creato l’Osservatorio Permanente degli Educatori, la cui gestione sarà presto in rete, che sta producendo come primo documento un “Prontuario dell’educatore, ossia come difendersi nella giungla delle cooperative sociali”. In fondo abbiamo messo un articolo di presentazione dell’osservatorio.

Osservatorio permanente degli educatori

C’è una storia scritta dal subcomandante Marcos dell’ EZLN che narra della creazione del mondo. La storia è molto bella ma qui, per spazio e necessità vi basti sapere che gli dei che crearono il mondo lo lasciarono incompiuto, decisero di non finirlo, non per noia o pigrizia, ma perché anche gli uomini potessero contribuire all’opera.

La storia è citata in “Infanzia e Filosofia” di Walter Kohan (Morlacchi Editore) e sebbene si presti a molteplici riflessioni, può essere una buona metafora per l’educazione che mai si compie per intero e che necessita di due soggetti solidali tra loro per realizzarsi.

Solidarietà e incompiutezza potrebbero essere le parole chiave per definire il mestiere dell’educatore E’ un lavoro particolare quello dell’educatore che ha a che fare con l’umano, spesso in situazioni di forte disagio, spichico, ambientale o fisico. Egli, per formazione, è anche un “costruttore di ponti e strade” che mettono in connessione i soggetti delle città attraverso progetti nei quartieri o nelle scuole o nelle strade.

Dovrebbe essere considerato un lavoro importante eppure chi sceglie di vivere facendo l’educatore non ha vita facile. E non solo per la crisi del momento storico in cui viviamo.

Spesso risulta un’impresa trovare tempo, energie e risorse per potersi permettere buone letture e una formazione adeguata.

Per lavorare è richiesta la laurea in Scienze dell’Educazione, ma l’educatore professionale non è una categoria, non ha un albo proprio e, dulcis in fundo, fa riferimento al CCLN delle cooperative che tutto tutela tranne lui. E comunque spesso le cooperative trovano il modo di far lavorare geometri, spicologi, sociologi ecc

La vicenda della Cooperativa Cesed – ancora in corso per mancato pagamento degli stipendi, tfr e quote sociali – ha costretto molti educatori a prendere più coscienza della propria situazione lavorativa e in alcuni ha stimolato la decisione di iniziare a fare qualcosa per “terminare” ciò che è decisamente mancante in Italia.

L’obiettivo è ambizioso e siamo consapevoli che il nostro sarà un contributo, forse minimo, ma che potrà gettare qualche seme di modifica della situazione attuale.

SCIENZE DELLA FORMAZIONE PRECARIA – BOLOGNA

Negli ultimi mesi abbiamo intercettato centinaia di studentesse e studenti della facoltà di Scienze della Formazione attraverso un’inchiesta volta ad indagare il rapporto tra formazione universitaria e precarietà. Lo strumento dell’inchiesta non serve tanto a creare una mera cartografia delle singole situazioni individuali ma a far emergere tutte quelle voci, anche dissonanti, che spesso non comunicano, quelle contraddizioni e quei tratti comuni nel vivere l’università e la precarietà che hanno trovato un primo momento di confronto all’assemblea di facoltà del 7 aprile. A livello metodologico questo tipo di inchiesta può far storcere il naso a qualcuno: non abbiamo pretese di scientificità, ma riconosciamo che questo è stato un valido strumento per far parlare numerose studentesse e studenti, per uscire dalla singolarità del lamento e provare a costruire un primo coro di voci. Quanto emerso dalle varie inchieste può essere utile per cominciare a scriverne lo spartito.

Nella scelta di questa facoltà è centrale l’elemento della “vocazione”, ovvero quell’elemento del tutto individuale, anche detta passione, che porta a considerare l’ambito pedagogico o quello socio-educativo un lavoro diverso dagli altri, riconoscendone la capacità di agire a livello della società per poter, in qualche modo, trasformarla. Questo porta spesso a non considerare le effettive possibilità di impiego e le effettive garanzie dei cosiddetti “lavori sociali” o a non riconoscere che il binomio vocazione/volontariato spesso non è altro che una leva per una maggiore precarizzazione di tutto il welfare. Mettere al lavoro volontari con nessuna esperienza e consapevolezza del lavoro che stanno svolgendo è una leva per precarizzare maggiormente chi ha competenze certificate nel settore, rendendo sostanzialmente inutile il percorso formativo, e per abbassare la qualità generale del servizio. Ma dietro la scelta di questa facoltà si cela molto spesso anche una visione totalmente assistenzialista e paternalista del lavoro di educatore od operatore: il disagio, l’emarginazione vanno gestite, riprodotte senza affrontarne criticamente le cause. Per altri ancora questa facoltà rappresenta la possibilità del riscatto: o per alzarsi dalla scrivania dopo anni di lavoro considerato frustrante o per riuscire a guadagnare qualche punto in graduatoria e non dover far più la supplente per due ore a settimana. Rara è l’aspettativa di un lavoro certo in futuro, ma l’università rimane comunque una scommessa da intraprendere per riuscire magari a conquistare un posto di lavoro ambito. Ovvero entrare a pieno diritto nel welfare precario.

Nella maggior parte dei casi le studentesse e gli studenti che hanno compilato questa inchiesta sono ancora al primo anno di università e quindi non hanno ancora avuto esperienze di tirocinio. Chi ancora non lo ha svolto, soprattutto ad Educazione Primaria, ne riconosce la valenza formativa, unica esperienza “sul campo” all’interno di una formazione completamente tecnico-teorica; mentre per chi lo ha già svolto, il tirocinio in rari casi è diventato la finestra sul mondo del lavoro vero e proprio, ma troppo spesso si è rivelato essere nient’altro che prestazione di lavoro a titolo gratuito. Esso infatti è parte essenziale dell’erogazione del servizio al cui interno è inserito: “Dovrebbe essere ausiliario e invece il più delle volte diventa parte essenziale del progetto pedagogico. I tirocinanti lavorano più di quello che dovrebbero”. Per un’analisi più dettagliata dei tirocini e per il confronto con alcune esperienze estere rimandiamo al documento sui tirocini.

L’università ha costi sempre crescenti, a fronte di servizi che continuano a diminuire, sia in termini qualitativi che quantitativi: questo comporta un crescente sforzo economico da parte delle famiglie, costrette in tempi di crisi, a destinare quote sempre maggiori dei propri salari e redditi alla formazione dei figli. Per questo il debito morale nei confronti delle famiglie costringe a ritmi di studio intensi per riuscire a sostenere tutti gli esami e non diventare fuori corso, ovvero dover pagare un’altra retta universitaria. Questo è avvertito soprattutto da chi si dedica esclusivamente allo studio e non fa nessuno lavoro per mantenersi o per rendersi, almeno in parte, economicamente autonomo. Ma tanti sono gli studenti che già lavorano: lavori precari pagati una miseria che a volte non bastano nemmeno a pagarsi l’abbonamento per il treno. Perché molti studenti sono fuori sede, e questo incide anche sulle possibilità di trovare momenti collettivi di discussione. Il “sentirsi precario” è una condizione comune anche se spesso collegata esclusivamente al fatto di svolgere lavori temporanei o declinata in un’accezione esclusivamente esistenziale: non si riconosce di essere inseriti in un meccanismo “scientifico” di formazione alla precarietà. Mentre i servizi offerti dall’università continuano a calare, si richiede una qualità formativa sempre più alta con l’effetto di svalorizzare completamente la specializzazione che si ottiene con la laurea.

L’università rappresenta quindi un anello fondamentale di quella catena di precarizzazione che passando per operatori ed educatrici sociali, insegnanti e maestre di nido arriva a colpire anche la cosiddetta utenza, che si trova ad aver a che fare con servizi sociali sempre più scadenti. Proprio il rapporto con l’utenza viene spesso paventato come elemento di blocco delle rivendicazioni. Ma se per alcuni, malati ed anziani non guariscono alla domenica, per la maggior parte degli studenti è invece chiaro che le lotte contro la precarietà per essere efficaci devono comunque saper creare un disagio, l’interruzione di un servizio: questo deve essere fatto trovando modalità nuove ed efficaci, che passano dal coinvolgimento dell’utenza e delle famiglie. “Si potrebbe ripensare la forma dello sciopero in senso classico, per cercare di limitare al minimo i danni all’utenza e massimizzare le diffusione del messaggio.” È importante perciò costruire momenti di confronto con chi, tra operatori, educatori ed insegnanti ha già concluso il proprio percorso formativo e lavora nel mondo del welfare. Questi momenti assembleari seppur di difficile costruzione, per motivi di tempo o di distanza, sono sempre considerati positivi: non solo per scambiarsi esperienze di lavoro o confrontare le reciproche aspettative ma perché partendo dalla connessione di studentesse, operatori, educatrici si possono immaginare e provare a costruire momenti di lotta e rivendicazioni contro la formazione alla precarietà.

Fabbriche della precarietà 1.1: Parlando con Piero di welfare precario, sciopero e potere Dialogo con Piero, operatore sociale e membro del Collettivo operatori sociali di Napoli.

Non un incontro casuale o occasionale, poiché da mesi anche noi stiamo lavorando alla costruzione di un percorso con educatrici e operatori sociali. [...] Ma è chiaro che è un processo e dobbiamo costruirlo. Se noi riuscissimo a bloccare i servizi, ma bloccarli veramente, non andando a lavorare, fare uno sciopero vero, questo sarebbe l’embrione dello sciopero precario. Assolutamente. E’ l’obiettivo che ci poniamo [...] continua a leggere…

Bisogna essere guerrieri. Discutendo con C., migrante, lavoratrice di cura, laureanda in scienze infermieristiche

Mi ricordo all’inizio dell’esperienza del Coordinamento Migranti nelle assemblee si parlava dei nostri problemi e si è sempre cercato di fare un parallelo, di fare vedere che c’era un rapporto tra la condizione dei migranti e quella dei lavoratori italiani, ma non era facile, le cose sembravano lontane. Adesso siamo proprio sullo stesso livello. […] Il 10 marzo sentivo gli interventi dell’assemblea e mi pareva sempre di sentire parlare un altro migrante. E la situazione è preoccupante, però mi fa capire che magari questo è il momento politico per unire le forze, per fare una lotta insieme e non invece separatamente. […] Non possiamo partire con uno spirito di sconfitta. Al contrario, dobbiamo essere ancora più guerrieri. Secondo me è questa la parola giusta. continua a leggere…