Avete esperienza diretta della precarietà?
F: Io da quattro anni lavoro come insegnante di italiano per stranieri e sono precaria nel senso che mi vengono rinnovati questi mini contrattini che io chiamo col nome di “pacchetto ore” e vengono rinnovati durante il periodo invernale. È precario perché ogni fine estate io non so se lavorerò l’anno successivo. Fin’ora è andata bene nel senso che le ore sono sempre aumentate però questo stato di precarietà non è divertente…e soprattutto è un lavoro
stagionale, nel senso che io lavoro molto per sei-sette mesi all’anno e gli altri mesi lavoro in nero come cameriera da qualche parte. Ci può anche stare cambiare, fare due cose, un lavoro che ti impegna energie mentali e uno che ti stanca il fisico…ma fatto così alla lunga mi sta dando dei problemi, diventa difficile gestirlo.
G: Io lavoro part-time per un ente pubblico. Anche in questo posto fisso, si sente non solo la presenza di precari a fianco a te, ma anche la precarizzazione crescente di chi ha un posto fisso. Da poco tempo sono state stabilite delle norme per cui ti può essere imposta una mobilità da nord a sud, da est a ovest, da un settore all’altro.
Qual’è la cosa più difficile di questa situazione precaria?
F: Ah, il non sapere mai se avrò il lavoro o non ce l’avrò..anche cose stupide, io questo mese voglio comprarmi una cosa, non lo faccio mai di fare la pazzia e spendere un po’ di più perché dico, no non posso sprecare i miei risparmi perché tanto non so se tra tre mesi avrò uno stipendio; oppure progettare un viaggio, un weekend… non lo posso perché non ho le ferie, questi contratti sono pagati a ore e non prevedono la malattia, quindi io vengo pagata solo se vado a lavorare. Se sto male, mi sento in colpa e magari vado a scuola lo stesso, oppure non vado ma poi ho la preoccupazione che se perdo tante ore non so quando recuperarle, perché la scuola finisce. È una cosa molto totalizzante, che all’inizio, devo dir la verità, mi piaceva, perché mi dava la sensazione di essere libera, di non essere costretta in un lavoro, in una vita, che potevo appunto dire: “Passati questi mesi faccio quello che mi pare”, ma col passare del tempo no, mi ha limitata anzi..
Che ricaduta ha questo sul tuo lavoro?
F: Innanzitutto, visto che come ho detto prima questo lavoro dura, se va bene,
sei-sette mesi all’anno, cerco di accettare più incarichi possibili. Questo mi
porta ad essere molto impegnata e quindi la qualità delle mie lezioni, detta
come va detta, cala perché lavoro tantissimo e in tante scuole diverse, quindi
perdo molto tempo negli spostamenti e il tempo libero che mi rimarrebbe per
preparare le lezioni e gli argomenti cala..
Perché quello non è pagato..
F: No..io lo faccio volentierissimo, mi prendo il sabato o la domenica o il
pomeriggio o la mattina che dedico completamente alla programmazione
delle lezioni settimanali ma se perdo quell’appuntamento, io quella settimana
improvviso, non é bello..Però a volte ti dici cavolo lavori in queste condizioni
così infami che ti senti quasi giustificata, a volte, a non dare il meglio di te
ed é bruttissimo da dire. Il fatto è che le cooperative non ti danno mai delle
certezze perché tutto dipende da fondi esterni..
In che senso? Puoi spiegare come funziona?
F: I nostri contratti e il nostro lavoro dipende da bandi a cui la cooperativa,
anzi, le cooperative per cui lavoro partecipano, all’inizio o alla fine dell’anno,
adesso non so, e se il bando viene vinto loro possono portare avanti un
progetto annuale di interventi o nelle scuole o nei comuni per insegnare la
lingua italiana ai bambini e agli adulti. Quindi in effetti non è neanche colpo
loro, devono aspettare il responso del comune o della provincia di turno…
Quello che dici fa emergere un grosso problema all’interno del discorso
sulla precarietà, e cioè il fatto che è complesso individuare chi sono i
precarizzatori…
G: Sì, poi nel suo lavoro, come in altri simili, la precarietà è doppiamente
assurda perché è difficile dire che quest’anno c’è il bisogno dell’insegnamento
dell’italiano alle persone straniere e l’anno prossimo no..cioè questa cosa dei
bandi annuali è assurda, mentre dovrebbe esserci un bisogno continuativo.
Non c’è un riconoscimento sociale del valore del lavoro sociale in generale.
Volevo chiederti una cosa su questo Francesca, che mi ha colpito
perché la vivo anche io. Il fatto di ritagliarsi del tempo, il sabato e la
domenica, degli spazi che in realtà ci piacciono perchè ci piace il nostro
lavoro..però non è lavoro, perchè non ci viene riconosciuto, non ci
viene pagato, ci pensi mai?
F: Sì assolutamente ci penso, ci penso molto. Però avendo scelto questo
lavoro, l’ho messo in conto [..] perchè questo lavoro mi piace tantissimo [...]
Secondo te le donne sono più colpite dalla precarietà?
F: Dalla mia esperienze di persone che conosco mi sembra che la precarietà
colpisca donne e uomini ugualmente, mi sembra, però se parliamo delle
conseguenze che può avere la precarietà su un uomo o su una donna forse
cambia qualcosa nel senso che se la donna vuole avere un figlio, non gli è
riconosciuta la maternità, diventa più complicato per lei..
Non ci sono differenze per esempio nell’assegnazione dei ruoli?
F: Non saprei dire, anche perché l’ambito educativo è un mondo prettamente
femminile e anche la ristorazione è un ambito molto femminile..anzi in cui si
preferisce la presenza femminile. È sessista in questo, ma almeno siamo più
fortunate se vogliamo trovare un lavoretto estivo..è sicuramente sessista ma
almeno a vantaggio delle ragazze.
Secondo te la precarietà dei migranti ha una sua specificità?
F: Assolutamente, tutta legata alla loro esigenza di avere un permesso di
soggiorno legato ad un contratto di lavoro; loro sono, io penso, costantemente
minacciati, non in tutti i settori ma in quelli più nascosti sì [...] penso che
si possano chiamare minacce [...] e un migrante con famiglia è costretto
ad accettare tutto. Poi ci sono molti migranti che hanno contratti a tempo
indeterminato perché sono arrivati 10 – 20 anni fa; gli ultimi arrivati sono
messi come noi hanno solo contrattini da un mese, due mesi nelle fabbriche;
dieci anni fa era diverso loro lo dicono spesso in classe…
Che influenza ha la precarietà nel lavoro nell’ambito del sociale sui
servizi stessi?
F: Non si stanno adattando a questa precarietà, alle esigenze che ci sono
adesso nel mondo del lavoro, a questi sistemi un po’ sballati…
G: Bisogna stare attenti a dire che i servizi si devono adattare di più, perché
poi rischi che gli stessi servizi si iper-precarizzino, in pratica prendi per buono
che c’è bisogno solo dalle 22 alle 24 e devi trovare una persona precaria dalle
22 alle 24 per sette euro all’ora. Cioè, anche chiedere ai servizi di essere
più conformi alla precarietà è un po’ un rischio perché già ora i servizi sono
precari, se poi li spezzetti ancora di più rischi di distruggerli. E poi non hanno
più una logica, diventa una specie di supermarket che ha tremila posizioni,
tremila situazioncine e non c’è una logica sociale, almeno è un rischio. Adesso
non c’è neanche quel rischio, perché è più forte la tendenza a ridurre i servizi e
non a renderli più flessibili e aggiungere dei pezzettini, con degli orari strani, al
sabato o alla domenica. Fan prima a levarli e chiedono però la compensazione
al volontariato, questo è l’altro aspetto della situazione, almeno in Emilia
Romagna dove di volontariato ce n’è molto, disponibile, serio e così via, però
sta diventando anche il puntello del sistema pubblico che si sgretola.
Come pensate che possa cambiare questa situazione?
F: Bella domanda!! Da tutto quello che si sente, sembra che “dall’alto” questo
non possa cambiare e che la precarietà diventerà la regola. Però in qualche
modo dobbiamo tutelarci, non lo so, altrimenti diventa praticamente lavoro a
cottimo…
Il sindacato dà delle risposte adeguate alla precarietà?
F: Non mi sembra, io sono andata varie volte a chiedere consiglio, e sono
informatissimi, però consigli non ne danno! Di solito l’impiegato di turno che
mi ascoltava era scandalizzato dai miei contratti. Continuava a dire: “Madonna
mia!!”.
C’è qualcosa che ci dà già delle risposte, delle prospettive? Si possono
immaginare forme nuove di lotta?
F: Io sono spiazzatissima, perché è così difficile non sapere cosa si farà il
prossimo mese, il prossimo anno che anche pensare di combattere questo
sistema, quando già mi faccio un culo della madonna e arrivo a sera e dico:
ma che senso ha? Tante energie sprecate così. Molta gente è stanca. O ci
fermiamo tutti e diciamo: “Ok fermi tutti, per un anno non si fa niente e
ragioniamo”, se no diventa difficile. La precarietà limita anche la partecipazione
politica, e anche solo sociale.
G: La precarietà come condizione lavorativa non è decisa da dio, ma è un
sistema sociale. È legata a condizioni strutturali, però è anche perché chi ha
avuto in mano le leve del potere politico ed economica l’ha voluto. Questo è
un dato di fatto. La cosa che diceva Francesca su quello che uno deve fare
quotidianamente è un ostacolo reale alla possibilità di unirsi e cambiare le
cose. Tutti questi contratti diversi individualizzano. Le varianti sono studiate
per impedire l’unificazione, essere come un mosaico spezzato in tremila
componenti di cui non trovi una logica perché devi pensare a mille altre cose.
La strada sarebbe proprio la ricomposizione, in tanti modi. D’altra parte,
nell’Ottocento o primi del Novecento, la condizione degli operai di fabbrica
o dei contadini non è che fosse poi diversa: erano lavoratori a giornata,
con il padrone che ti chiamava e quella è una condizione vecchia diciamo,
c’è precarietà nuova e precarietà vecchia. Intanto il fatto che la precarietà
abbia una sua storia, serve per capire che non è una disgrazia che capita alle
persone in questi ultimi 10 o 20 anni ma è una condizione lunga. Intanto se le
persone che la vivono, si interrogano, sarebbe un primo passo: ciò significa già
che non l’accetti come cosa ineluttabile e immutabile.
Se diciamo che la precarietà è una situazione vecchia, allora significa
che la situazione da allora non è migliorata, ma solo peggiorata, forse.
Che cosa siamo riusciti a conquistare?
G: Diciamo che ci sono delle stagioni di conquiste, almeno in Italia, ci sono
state. Ad esempio, l’articolo 18 ne è un simbolo: approvato nel 1970 è il
risultato delle lotte di operai e contadini. C’è stata una lunga stagione di lotte
e rivolte che hanno portato a delle conquiste, poi è vero c’è stato un buco o
una sconfitta del nucleo forte del mondo del lavoro, già da un pezzo ormai.
Una cosa che bisognerebbe cercare di non fare è dire che ci sono i precari da
una parte e i non precari dall’altra: quelli che venivano considerati garantiti
fino a poco tempo fa, ora non lo sono più. La Fiat è esemplare in questo, è il
simbolo della precarietà, della perdita del lavoro non solo della precarizzazione.
Bisognerebbe trovare un modo perché i precari possano trovare un appoggio.
È l’unico modo per fare delle azioni di lotta che non siano solo simboliche: ad
esempio mettersi un nastrino giallo attaccato alla giacca non è che sconvolga
molto chi detiene il potere. Le conquiste si strappano: o provi a unificare,
parlare, oppure ti consideri un piccolo gruppo, o un settore separato per cui
non puoi fare niente.
Pensate che sia possibile immaginare uno sciopero precario?
F: Se partecipassero in tantissimi si potrebbe vedere come si svuotano i posti
di lavoro se non lavorano i precari, per renderci conto che siamo in tantissimi.
È più rischioso però….
G: Certo, ci vuole anche una difesa, oltre a essere tanti.
F: Nel nostro settore poi fare sciopero è un po’ strano. Quelle ore che sciopero
il mio capo mi dice: “Vabbé le fai domani!”, perché non le puoi non fare.
La questione della difesa nello sciopero è la cosa centrale…
G: Sì, il diritto di sciopero non è riconosciuto per i precari. La roba che non
faccio oggi la faccio domani. Andrebbe proprio studiata una forma che sia
unificante, che difenda le persone, e che sia una cosa che conta: ad esempio
i migranti negli Stati Uniti hanno fatto “un giorno senza di noi” e se ne sono
accorti. Ma anche, ad esempio, se scioperano i precari del pronto soccorso:
il pronto soccorso si ferma perché, ad esempio, c’è solo un medico fisso.
Sarebbe anche pericoloso, però metti in evidenza una fragilità dei servizi,
anche quelli essenziali, che è enorme. Il problema è abbastanza evidente:
siamo arrivati al momento in cui o la precarietà esplode da ogni parte
senza più confini, oppure vengono imposti dei limiti. È inevitabile che, se la
precarietà non viene fermata, si espande perché è una forma di indebolimento
e di controllo della forza lavoro in generale, che funziona perché ti obbliga
a pensare ad altro, prima di riuscire a organizzarsi. Prima che tu riesca a
organizzarti, la tua controparte è arrivata molto in là e tu fai fatica ad arrivare
al suo livello.

