Intervista a Lalla – psicologa precaria, educatrice- e Michele – informatico

 Cos’è per te la precarietà?

L: Essere precaria per me è non avere la possibilità di avere qualcosa di fisso a livello economico che mi permetta di fare quello che vorrei fare quotidianamente, dal progettare un futuro personale, famigliare mio. Io sono educatrice/psicologa quindi la mia precarietà è in tutto. Ho un contratto dipendente che viene rinnovato ogni quattro anni come educatrice. Come Psicologa posso essere considerata precaria, anche se ho la partita iva. Un mese posso lavorare e il mese dopo non aver nessuno paziente e stipendio ma pagare per tanti aspetti, tasse, enti che mi serviranno per un futuro in termini di pensione. Sono precaria al 100%. Ho una famiglia che mi aiuta, i genitori aiutano sempre ma io a 30 anni non ho niente. Vivo giorno per giorno, settimana per settimana.
M: Nella condizione in cui sono io, sicuramente non lo sento come un grosso problema. Non ho spese fisse , non ho una macchina da mantenere, non ho una famiglia. Ho la libertà di non andare a lavoro un giorno, perché con un contratto a progetto, precario, posso dire oggi vado e domani no, all’ultimo secondo chiamare e dire che non vado, perché il mio contratto me lo permette, da un certo punto di vista ci sono dei pro, ho dei vantaggi. Chiaramente se vuoi farti un mutuo, vuoi fare certi discorsi, te lo sogni. Nella condizione in cui mi trovo non mi va malissimo. Chiaramente non mi posso prendere degli impegni grossi economicamente. Io sono Informatico, sistemista d’assalto. Ho un contratto di formazione, abbastanza lungo, quindi non lo sento il fiato sul collo del rinnovo. Ho passato tanti anni a progetto, di cui uno anche quasi in nero perché non si poteva rinnovare e prendevo più soldi di quanto prendevo a progetto e mi stava anche bene da quel punto di vista. Ora ho cambiato lavoro, un full time ma sempre possono cacciarmi da un momento all’altro, se gli gira che non ci stanno soldi, non ci sono lavori, ciao, chi si è visto, ma questo anche con un contratto normale, aziende con meno di 15 dipendenti comunque non ci vuole tanto a cacciarti, nelle aziende più grandi, visti anche gli ultimi eventi, comunque ti mandano a casa; poi fai vari casini e bordelli e magari vieni pure reintegrato però non è una sicurezza il posto fisso. Concludendo, quindi, oggi come oggi preferisco un qualcosa di precario così da un giorno all’altro posso dire me ne vado, almeno decido più autonomamente.

Questo in relazione alla vostra vita personale come incide? È una cosa a cui ti adatti e ti adatti anche bene perché in realtà non sai ancora definitivamente cosa fare nella tua vita?

M: a volte mi adatto bene, ma tipo quest’anno per le ferie non so come organizzarmi perché ora dovrò chiederle. L’anno scorso decidevo e gli dicevo “Io me ne vado ad agosto” e ciao, loro chiamavano e il telefono era spento semplicemente. Ora non me lo posso permettere visto che ho un contratto poco poco meno precario almeno dal punto di vista delle ore lavorative. Ora ho un contratto di formazione, di oltre 40 mesi, 4 anni, con ferie e malattie pagate, ma chiaramente non vuol dire che è un posto fisso, è soggetto a tutta la precarietà del resto del lavoro chiaro che ho dello cose in più.
L: Mi fa molto schifo la mia situazione, ovviamente mi sta bene fino a un certo punto, sono dei soldi che mi entrano. Io non ho un contratto dipendente, perché non posso averlo, perché sono in un altro ente, né ho uno a progetto. Tipo se volessi fare un mutuo come voglio fare non posso farlo. Ma non mi piace, perché… sai avere un posto fisso mi da la possibilità di aprimi a livello lavorativo, di fare più cose. Sono sicura di rimanere a meno che non faccia grandi cagate. E non averlo mi porta a lavorare giorno per giorno, mese per mese, investire tanto di me per poi tra un anno trovarmi con quello che ho fatto che non pesa niente, almeno per me. Sull’investimento a livello sociale oppure, pensa la mia parte di psicologa, gli investimenti che faccio con i pazienti, poi tra un anno mi finiscono i contratti che ho e i miei pazienti vengono sbattuti da altri professionisti che lavorano in modo diverso da me, per me è una cosa inconcepibile.

Che tipo di lavoro fai nella comunità come educatrice?

L: Nella comunità in cui lavoro è tutto abbastanza flessibile, sono molto tranquilli. Io faccio l’educatrice, quindi faccio un po’ di tutto, relazionarmi con i ragazzi, i servizi sociali, sempre meno con loro perché sono oberati di interventi e ti cagano una volta al mese Faccio proprio di tutto. La cosa positiva della cooperativa in cui lavoro è che nonostante siano 4 anni che sono lì con contratti da dipendente, oppure a progetto sono stati loro a chiedermi, nel momento in cui volevo andar via , di rimanere, facendomi un contratto buono, c’era anche molta disponibilità dalla cooperativa. è un lavoro bello che ti da tanto ma anche lì vedi quanto la situazione lavorativa in Italia e in generale influenzi tantissimo il lavoro con i ragazzini; perché se i servizi sociali non hanno soldi, non ci sono i soldi per far fare le attività ai ragazzini non hanno la possibilità di rimanere in un posto più di un tot di anni perché poi i servizi sociali dopo un tot di anni non danno i soldi e i ragazzini che stanno concludendo le scuole si trovano a non concludere o a concludere male un percorso o a non poter trovare un lavoro, o prendono delle strade che…quello che posso fare nel mio piccolo è lavorare e aiutarli al massimo, poi quando arrivano ai 18 anni e i servizi sociali dicono “te ne devi andare”, gli dici la realtà dei fatti ai ragazzi e basta.

Nel passato avete fatto altre esperienze di precarietà? Quali sono state e come le avete vissute?

L: Io ho sempre avuto la possibilità e l’aiuto da parte dei miei, avendo una buona famiglia i miei mi hanno dato la possibilità di non lavorare e di non sentire il peso di non avere soldi, però mi sono data comunque da fare, anche durante il periodo universitario lavoravo per guadagnare qualcosa in più per fare quello che volevo senza chiedere sempre dei soldi. Questa è la mia fortuna, avere dei genitori benestanti che a 60 anni possono darmi ancora delle cose, essendo benestante è qualcosa in più, ma a 30 anni dover chiedere dei soldi ai miei, è assurdo, per me è assurdo, perché io a trent’anni vorrei uno stipendio tranquillo senza problemi
M: Io ho fatti vari lavori in nero, a volte era vantaggioso, a volte no, a volte devi accettarlo,è una condizione che ti viene imposta e la prendi; a volte ci stai bene quando non ti sta più bene, se hai la possibilità saluti e vai altrove, ma se non hai la possibilità…non cambia molto rispetto un lavoro a progetto, alle forme alternative di contratto, sì, se ti fai male durante il lavoro, chiaramente non sei tutelato, ma nel mio caso sai stando davanti a un computer non c’è tanto da farsi male. Quindi non la vivevo come una discriminante grossa, anzi lavoravo a casa, per i fatti miei e lavoravo neglio orari a me più congeniali, con l’università, con altri lavori, chiaro che se dovesse essere il lavoro definitivi sarebbe infattibile.

Vi è capitato di lavorare con migranti? E come ha influito sulla loro vita?

M: Sono l’anello debole della società diciamo, sono i primi ad essere sfruttati, sono i primi che vengono ricatatti con queste forme di lavoro, sono i primi che cascano in questa trappola, ci caschiamo noi…siamo anche noi migranti, in questo senso, ora ci siamo tutti in questa situazione. Anche noi siamo migrati dal nostro paese di origine. Loro sono i primi penalizzati.
L: però anche noi siamo penalizzati per molti aspetti (non solo i migranti).
M: però se tu hai una minima prospettiva di stabilizzazione del lavoro, loro ne hanno molto meno. Poi c’è chi dici che prendono posto agli italiani…
L: Loro fanno i lavori che gli italiani non vogliono fare.
M: poi la cosa strana è che ci sono gli italiani che vanno all’estero e vendono i cervelli “a gratis”, spendiamo per istruirli, poi se ne vanno fuori a dare le nostre conoscenze, voglio vedere se noni ci prendiamo dall’astero persone che hanno studiato e spesso i migranti hanno anche percorsi di studio, non paragonabili al 100 a quelli europei o americani, ma è sempre culture, ma in italia non c’è la tendenza a sfruttare queste cose.

Quindi c’è una specificità della precarietà migrante?

M: Sì, sicuramente essendo migrante ti collochi in una categoria sfruttabile, stanno in una situazione più grave, sono più ricattabili.
L: sopratutto perché se non hanno i documenti non hanno sicurezza…
M: chi ti fa un contratto a tempo indeterminato se non hai un permesso di soggiorno stabile? Un mio amico in Canada, ad esempio, nessuno lo assumeva perché dopo 6 mesi doveva andar via, e se l’azienda decideva di provarci dovevano fare delle carte (documenti) e tutto e, quindi preferivano prendere uno del posto, costava meno. C’è un discorso ancora peggiore, che riguarda i lavori stagionali “mordi e fuggi” sei ancora più a rischio sfruttamento. Hanno esigenze minori rispetto noi e si accontentano, così si insinua ancora di più lo sfruttamento. Io provengo da un posto dove la raccolta di pomodori viene affidata a migranti, con una sfruttamento atroce, ogni anno si ripete la stessa storia, tutti lo sanno, forze dell’ordine, vari enti preposti ai controlli, ma non fanno niente. Io sono pugliese, e ogni anno succede la stessa storia, conviene a tutti.
L: Il discorso dei migranti è complesso, ci sono un sacco di cose che non vanno bene per loro, io parlo sempre del mio piccolo mondo del sociale.. vedere i ragazzi che arrivano, minori non accompagnati arrivati in comunità, che devono fare delle trafile allucinanti per avere i documenti (passaporto e permesso di soggiorno) poi loro, con gli occhi lucidi chiedono “voglio tornare a casa, voglio andare a casa” e tu ti trovi a dirgli “Non puoi, non puoi, anche se ti accompagno io poi non puoi più tornare qui”, perché anche se hai 18 anni e ma non hai determinate cose sei costretto a stare qua, mi sembra assurdo, però questa è la situazione. Loro si sento peggio rispetto a noi e per certi aspetti è vero, per altri però siamo tutti uguali. Se prima era solo lo straniero a svegliarsi alle 6 del mattino per fare 4 lavori, beh, adesso anche l’italiano lo fa.
M: siamo sulla stessa barca, siamo tutti migranti, è la globalizzazione.
L: che ci rubano il lavoro è una cagata! Chi tra gli italiani va a raccogliere i pomodori?
M: A quel prezzo poi, solo chi è disperato…tra un po’ ci arriviamo anche noi alla disperazione!!

Rispetto al sindacato invece cosa pensate?

L: Nell’ambito sociale delle cooperative, e questo è colpa mia, io non mi interesso, sono un’operaia, lavoro e prendo i soldi, mi interessa di meno, è un secondo lavoro per me perché io vorrei fare l’altro lavoro, la psicologa, questo lavoro da educatrice lo faccio perché mi servono i soldi per fare l’altra attività. Nell’ambito sanitario, invece, sto vedendo delle cose davvero inquietanti, nel senso che ci sono stati dei tagli ovunque, proprio nella…nel senso, il posto dove lavoro io è un posto che si occupa di emergenza, però prendiamo anche casi che sono lì da due, tre, quattro anni perché sono casi gravi, di adolescenti che sono in una situazione molto grave e nelle ultime riunioni che ci sono state tra i grandi capi hanno detto che l’Asl non può più tenere i pazienti per più di due, tre mesi anche se sono gravi e questi pazienti verranno ridestinati ai servizi territoriali di competenza in cui gli psicologi e gli psichiatri hanno mediamente 250 pazienti ciascuno da gestire e questo vuol dire che quel paziente x, che sta malissimo, che ha bisogno di cure ha bisogno di un insieme ampio di cose, si trova da solo a vivere la sua situazione e sai, alcune malattie cosiddette mentali te le porti dietro se non vengono ben gestite. Questa è la situazione sanitaria, che è sempre, sempre peggio. Io sono 4 anni che provo a fare la psicologa e quattro anni fa la situazione era leggermente più decente, ora fa veramente schifo. Dai sindacati, in tutto ciò, io non ho mai sentito una voce che andasse in un’altra direzione, però io parlo del mio piccolo, non lo so, qui non c’è nessun tipo di controllo. Anche come psicologa che fa parte di un ordine che dovrebbe aiutare a gestire tutta una serie di attività legate allo psicologo io non vedo nulla, solo quello che dobbiamo pagare come annualità per l’iscrizione all’ordine, ti fanno dei corsi di formazione, il che dovrebbe essere normale, ma a dei prezzi esorbitanti, dice il prezzo per le ore di formazione ma non capisco. C’è anche il discorso delle pensioni e della maternità. Noi dobbiamo pagare ogni tot anni un tot di soldi per la maternità e poi quando ci vai praticamente ti trovi con pochissimi soldi. Ho delle mie colleghe che sono in maternità, ma fino all’ultimo mese prima di partorire hanno dovuto lavorare perché tanto il contributo per la maternità era talmente minimo che non ti permetteva di lavorare e il nostro lavoro è un lavoro a rischio, perché se un paziente si scompensa in studio e ti da un cazzotto te lo prendi! Sei tutelato fino ad un certo punto. Questo è assurdo per me.

Voi non avete mai fatto nulla?

L: Il mondo degli psicologi è un mondo particolare, nel senso che non ho mai sentito parlare di manifestazioni oppure mai visto gente che si batteva per cose che riguardavano un po’ tutti. Nemmeno tra donne, ognuno pensa al suo pezzettino di terreno.

Ma questo perché ci sono “pezzettini di terreno” sono più o meno efficienti?

L: Questo è vero in parte, ma poi, se inizi a “fare rumore” per dire delle cose, poi, essendo un lavoro che ti mette a stare di fronte a dei pazienti, sai, se sei un tipo “movimentato”, nel senso che fa delle cose, e ti trovi davanti un paziente che la pensa in modo diverso da te, quello da te non ci viene più e sono soldi in meno che ti entrano. Questo in ambito privato. Nel pubblico penso che sia più o meno simile, nel senso che tante cose non funzionano, non vanno, purtroppo però ognuno si fa il mestiere a modo suo, ok, si dice nei corridoi, “ah, noi, ah, questa cosa è davvero una schifezza, è impossibile che non si possa fare niente per quel determinato paziente perché non ci sono i soldi”, ma questo solo nei corridoi, perché poi i grandi capi dicono tutt’altro e fanno tutt’altro. Io non ho mai visto i sindacati, non ho mai visto una manifestazioni di psicologi o di medici, vengo da una famiglia di medici e cose di questo tipo assolutamente non ne sono mai state fatte. È assurdo ma è così. Anche all’interno della struttura in cui lavoro non c’è nulla, se tu come struttura rivendichi qualcosa è possibile che ti chiudano la struttura e piuttosto che far chiudere una struttura o un centro, ingoi e vai avanti perché lo fai comunque per un’utenza che è grave e tu ti senti un po’ il martire. Anche se volessi arrabbiarmi e sottolineare le cose il posto il prossimo anno non lo trovi più, non ti rinnovano il contratto, col cavolo che te lo rinnovano, quindi fai di tutto per star lì e avere un contratto a tempo indeterminato che poi non arriverà mai ma ci speri e intanto butti giù, non puoi fare altrimenti, cioè forse lo puoi fare…O ti rifiuti e scegli un altro tipo di lavoro. Poi lo psicologo lavora da solo. Anche L’ENPAP (Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza degli Psicologi) fa un sacco di soldi e questi soldi vengono investiti per tutt’altro, per i propri interessi, delle fondazioni che ci stanno sopra, dei capi che stanno sopra. Penso spesso di fermarmi, non riesco proprio a pensare di fare qualcosa perché c’è veramente il rischio che ti trovi senza posto fisso e non te lo puoi permettere.

Il colpo di grazia: qual è la condizione della donna rispetto a tutto questo?

L: É una domanda difficile, non è facile rispondere, non ci ho mai riflettuto più di tanto. Ho un’amica che una volta fece un colloquio in un posto; il titolare durante il colloquio era molto contento, ma poi vista la fede ha chiesto se era sposata, lei ha annuito, le ha chiesto allora se avesse figli e lei le ha risposto di sì. Al che le ha detto: “Ok allora le faremo sapere”, e non le ha più fatto sapere niente. Adesso lei lavora in un altro posto e vorrebbe fare un altro figlio ma deve aspettare che la collega, in maternità, torni a lavoro, altrimenti c’è il rischio che lei non possa lasciare il posto di lavoro per andare in maternità. Quindi la mia amica deve aspettare un po di tempo per fare un figlio. E’ così, la condizione della donna per quello che vedo io è questa, poi da voi anche il fatto del modo di lavorare, nel senso che, anche donne, che non riescono a sopportare la fatica dello stesso numero di ore di lavoro fatte da un uomo, le fanno ugualmente; oppure mamme di mie pazienti o persone che conosco, che si trovano a fare tantissimi lavori, e lasciano i figli in balia (perché li lasciano in balia!) di socio educativi che non funzionano benissimo, oppure scuole che fanno i post scuola con educatrici, che non sono educatrici, e quindi gli fanno fare quello che vogliono, e gli chiedi un maggior controllo sul figlio e loro ti rispondono: ” O controllo mio figlio o porto i soldi a casa”. Siamo uguali agli uomini, però dovremmo avere più diritti degli uomini per tante cose e non ce li abbiamo.
M: Approvo! Anche se poi quando vi fa comodo la parità dei sessi non la volete. Però approvo comunque, tanto ci sono sempre le situazioni in cui. ” Ah però io sono una donna..”, ah com’è mo la parità dei sessi no? No, ma in generale, un discorso in generale. Ce ne sono di casi un cui dici così, la parità non la puoi chiedere quando ti pare, è per sempre, se è pari, è pari.

Si potrebbe aprire un capitolo a parte, non è proprio così Michele..

M: Comunque, per la storia dei sindacati io vorrei dire una cosa, da informatico mi viene applicato il contratto metalmeccanico. Quando lo senti tu dici: “Si vabbè ma che devo lavorare al tornio, ma gli hard disk li faccio proprio io ? ” Vabbè, è un lavoro dove in genere ti laurei, ti fanno il contratto da metalmeccanico, vabbene, qui funziona così però aggiornateli questi contratti, mettete un nome. I sindacati dovrebbero muoversi un minimo e aggiornare tutta una serie di cose che non esistono né in cielo né in terra. E poi ti dicono di guardare “all’infinito” di fianco al monitor ogni mezz’ora (per riposare gli occhi). Si però sei in una stanza, che cosa guardi “all’infinito”? Ti dico di si. Cioè, ho fatto la visita medica poco fa e mi ha detto: “Ogni mezz’ora devi gardare un punto all’infinito, però se sei in una stanza..”. Vabbè. Ti mettono video terminalista, al massimo, e quindi hai questa cosa di non guardare il monitor ogni mezz’ora, ma è relativo sempre. Qundi per me assenti, non pervenuti! Mai visti!

E che si sappia, nessuno ha mai provato a contattarli in alcun modo?

M: No! Io non ne ho avuto l’esigenza, altre persone che hanno lavorato con me neanche, che io sappia no, poi, chissà, privatamente..

Pensate che sia possibile costruire un qualcosa di comune fra tutte le parti, fra tutti i lavoratori, fra tutte le aree, pensate che sia possibile, al di là della forma, che sarebbe da reinventare?

M: Sicuramente delle norme comuni ci sono per fare un contratto comune, ma poi bisogna specificare delle determinate cose..
L: Bisogna capire quali sono le richieste, cioè le richieste che nascono da delusioni; nel momento in cui la condizione di partenza, tutte quelle che possono essere definite forme di precarietà, quindi dallo sfruttamento alla pressione psicologica, a una forma di non stabilità anche: quindi si tratta di percepirsi dallo stesso punto di partenza. Poi, i bisogni e le necessità sono vari, in base a tutte le situazioni, però quello che accomuna è la situazione base. Quindi partendo da questo, che si è modificato in maniera radicale negli ultimi tempi. Quindi partendo da una base differente, anche a livello di percezione, è possibile pensare ad una congruenza di qualche tipo fra le parti o meno?
M: Uhm, Eh, già mettere d’accordo..
L: Cioè nel senso, può essere lo spontaneismo come può essere un’organizzazione, nel senso, ho provato in un’organizzazione in cui questo non ha funzionato, perché lì ognuno guarda al suo piccolo orticello.
M: E’ che ognuno ha un tornaconto, un piccolo campo, quindi remano in direzioni totalmente opposte.
L: Ma anche se uno non rema in direzioni opposte succede che io ho i miei interessi da psicologa e tu hai i tuoi da informatico, quindi…
M: Io vado dalla mia parte, tu dalla tua, e non ci mettiamo d’accordo.
L: E’ un po’ così. Poi, il discorso del tipo: “Siamo tutti precari, quindi è giusto che un portavoce comune” sì, però e comunque una forma di coesione, anche semplicemente questa qua è una forma di comunicazione, è un modo di mettere in congruenza le situazioni. Qualcosa di comune, sicuramente; però deve esserci anche qualcosa che aiuti ogni realtà, io non so assolutamente la connessione fra sindacati e psicologi, non ne ho idea.
M: E’ una roba istituita dai tempi del fascismo, quindi è attualissima! Come l’ordine dei giornalisti, come l’ordine di tante altre robe.
L: non solo i sindacati, ma anche gli enti preposti a controllare non li ho mai visti in giro a vedere la situazione, mi chiedo se ci siano e se esistono davvero!
L: Io non li ho. Noi ci vediamo come degli operai, lavoriamo e basta e non vediamo quello che succede intorno.
M: Ma dove stiamo andando? Cosa Stiamo facendo? Boh!