Intervista ad Alessandro – delegato FIOM Cesab-Toyota

Che lavoro fai e cosa vuol dire precarietà dal tuo punto di vista?

Lavoro in officina, linea e ispezione, sono delegato da oltre quattro anni. Precarietà, oltre a ciò che dice la parola stessa, in azienda vuol dire immigrazione e lavoratori che si rendono conto del modo in cui lavorano o del modo in cui sono trattati, ma non possono fare un granché e non possono nemmeno aiutare noi delegati a migliorare le loro condizioni. Questa è la difficoltà maggiore, che ci porta a non essere incisivi nei confronti dell’azienda per migliorare le condizioni di lavoro.

Quanti tipi di contratti ci sono alla Cesab, e quando è cambiata la situazione? Questo come incide sulla forza contrattuale degli operai?

A parte il tempo indeterminato, abbiamo lavoratori a tempo determinato, lavoratori somministrati, lavoratori di cooperative esterne che però fanno lavori che prima facevano i dipendenti diretti della Cesab. È anche un po’ un problema individuare tutti questi tipi di contratti. Quelli che stanno in officina, alla linea, riusciamo anche a gestirli abbastanza bene, ma gli altri… Io sono qui dal 2000, anche allora c’erano contratti di formazione, tempo determinato, ma c’era un senso di unità, non erano tantissimi. Invece negli ultimi 4-5 anni e soprattutto negli ultimi due stanno aumentando a dismisura i lavori somministrati, lavoratori che sono sotto agenzia, fanno il lavoro nostro ma non sono dipendenti diretti dell’azienda. La nostra forza contrattuale non è cambiata totalmente perché comunque questa azienda è sempre stata sindacalizzata in officina, ma ci rendiamo conto che sta rapidamente cambiando. Con parecchi lavoratori precari e nemmeno dipendenti è più difficile.

Alla Cesab c’è una presenza consistente di lavoratori migranti. Tra i lavoratori italiani c’è consapevolezza della loro condizione, delle leggi che li riguardano?

Sì, c’è un grosso gruppo di lavoratori filippini, una quarantina, soprattutto, pochi dell’Est. I filippini sono forti come gruppo e siamo bene integrati riusciamo a lavorare benissimo insieme, in tutti i sensi. Tra i lavoratori italiani c’è consapevolezza della condizione dei migranti, chi più chi meno perché poi ognuno ha le sue idee. Ma si capisce che hanno più problemi, soprattutto perché sono presi dal discorso del permesso di soggiorno, sanno che è una condizione più difficile della nostra.

L’azione del sindacato secondo te è stata all’altezza di questa situazione, di fronte alla precarietà diffusa ci sono gli strumenti adatti?

Diciamo che la nota dolente è il fatto di aver concesso, senza una grande lotta o comunque con una lotta non radicale, che entrassero troppi contratti precari, che fanno sì che molte persone non riescono poi a incidere sull’attività sindacale e sulle condizioni di lavoro. Abbiamo corso troppo dietro l’unità sindacale, ma quando si capisce che alcuni sindacati vanno per la loro strada, bisogna avere la forza di sapere quando è il momento di lasciarli. Abbiamo perso troppo tempo. L’incidenza degli scioperi, il fatto che passa troppo tempo da uno sciopero all’altro, fa sì che molti lavoratori contestano che ci siamo lasciati un po’ andare. Qualche anno fa bastava solo nominare l’articolo 18 e si portavano tre milioni di persone in piazza, mentre adesso che stanno cercando di cambiarlo…

Però l’articolo 18 già oggi non vale per tutti…

È vero. Però solo il fatto di mettere in discussione una cosa conquistata negli anni da gente che era in condizioni peggiori delle nostre, prima faceva animare subito la situazione. Poi è chiaro che non ci si può concentrare solo su quello, perché c’è chi vive in realtà, come le piccole imprese, dove stanno peggio di noi. O grosse fette di altre categorie, ad esempio pensa al commercio: sono aperti tutti i giorni, le domeniche, non c’è riposo, se ti va bene così oppure vai fuori.

In questa situazione sembra che non sia mai possibile conquistare qualcosa di nuovo, ma solo difendere ciò che è sotto attacco, è così?

Noi stiamo sempre a ricorrere, da una situazione di difesa: ti attaccano dei diritti e tu provi a fare qualcosa. Sarebbe il caso che prima di arrivare a queste situazioni si passasse all’attacco per fare in modo che tutti siano allo stesso livello, così che quando c’è qualche riforma da fare, o ci sia da difendere qualcosa, lo si faccia tutti insieme.

C’è secondo te lo spazio per uno sciopero dentro e contro la precarietà, non su una singola vertenza? Noi stiamo promuovendo l’assemblea contro le fabbriche della precarietà, cosa ne pensi?

Lo spazio c’è. Faccio fatica a pensare in che maniera perché siamo ormai abituati a un certo tipo di lotta e facciamo fatica a trovare il modo per affrontare questa situazione. Ma bisogna discuterne e cambiare questa situazione. Se si continua così, la precarietà sarà totale: non solo di chi lo è già, ma anche di chi apparentemente ha un lavoro sicuro. L’assemblea è un buon primo passo, perché deve partire dai lavoratori. Ma poi deve riuscire a coinvolgere il sindacato, gli amministratori… perché si rendano conto che la situazione è questa.